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lunedì 23 dicembre 2013

Resistenza umana nelle paludi di rassegnazione, la traccia e il ricordo di Horst Fantazzini

<< Io ho un carattere socievole e mi piace ridere e scher­zare. Odio la volgarità, la prepotenza e l’ipocrisia. Dopo tanti anni di galera, ho acquisito la tendenza a rinchiudermi in me stesso per coltivare i miei sogni, i miei progetti, le mie speranze. Insomma, sono diventato un po’ "orso", ma appena ho a che fare con persone vive e leali, mi apro completamente. Non è facile sopravvivere in queste paludi d’opportunismo e rassegna­zione riuscendo a salvaguardare la propria personalità. Ci si riesce a condizione d’ergere steccati immaginari tra se e gli altri, tra se e l’ambiente. Io credo d'essere riuscito a mantenermi integro e ci sono riuscito perché ho avuto la fortuna di vivere rap­porti intensissimi con compagni e compagne che, da fuori, non mi hanno mai fatto mancare la loro amicizia, il loro affetto, il loro amore. Ci sono riuscito perché da prigioniero sono sempre sta­to capace di difendere alcuni spazi inviolabili quali la dignità, l’orgoglio e il rispetto di me stesso. La difesa quasi trentennale della mia integrità è stata la lotta più dura. Il resto, i fatti di cronaca, le lotte, le evasioni, sono episodi importanti ma non determinanti. >> Horst Fantazzini


giovedì 9 agosto 2012

Il bandito dai capezzoli rosa


Horst era follemente innamorato della vita, così amava la buona tavola e il vino buono, il computer, la musica, l'arte, il cinema, la comicità, i fumetti, la letteratura anche erotica, la pornografia (se non c'era altro di meglio), gli animali in particolare i cani e gli uccellini e i fiori e il mare... cercava immediatamente un contatto fisico, un abbraccio, dove fondersi con il corpo e con la vita di un'altra persona... e mai e poi mai avrebbe voluto diventare un martire, una vecchia icona arrugginita, uno dei tanti anarchici da celebrare con qualche "grigliata commemorativa" come le chiamava lui... la cosa più fastidiosa a cui siamo stati costretti ad assistere, è stata questa seriosità forzata e quest'atteggiamento giudicante magari nascosto sotto un sorriso imbarazzato, questo non volergli riconoscere di avere dei "vizi" come tutti gli umani, come tanti compagni che si buttano a fumare, a bere, fino a spappolarsi il fegato e il cuore... si è tanto blaterato dopo la sua morte in alcuni piccole parrocchie bolognesi vicine al nostro mondo, di come spendeva i suoi soldi, di quanto stipava il carrello del supermercato, di quanta esagerazione c'era nel suo modo di raccontare le sue imprese erotiche a sessant'anni, di quanto ridevamo, di quale fosse il ruolo della bionda che non cercava di redimerlo, di salvarlo, ma che forse lo sfruttava perché si sa, le donne molto più giovani sono stupide, sono avide, sono interessate solo ai soldi e infatuate del personaggio, e poi ti fanno perdere la testa. Tutte cazzate che ci siamo dovuti sorbire, e aveva ragione ancora una volta quando mi metteva in guardia: "Se dovessi mancare, per te sarebbero guai seri, sei il capro espiatorio ideale per certe piccole teste". Bene è avvenuto proprio così, e anche peggio. Non voglio soffermarmi troppo su queste miserie umane, pur facenti parte del nostro éntourage, e pur rappresentando indegnamente quella non umanità di ipocriti e bigotte che Brassens, Brel, De André e tanti altri poeti dell'anarchia sbeffeggiavano a dovere. Povero Horst, non so quante e quante volte abbiamo riso fino alle lacrime quando il pollo stava per finire, ci siamo presi in giro, abbiamo fatto a cuscinate, ci siamo sparati la panna spray addosso, ci siamo starnutiti in faccia, schiaffeggiati, sculacciati, abbiamo danzato e ci siamo leccati e abbiamo finito sempre una litigata selvaggia, con lacrime e pennelli sbattuti sul pavimento, con un amore totale, abbiamo parlato a vanvera di cose mai fatte e cose da fare assolutamente, perché come si fa a prendersi così sul serio, la vita è un soffio diceva e voglio riprendermi tutti gli attimi rubati. Redimere Horst? impossibile, un controsenso. "Un uomo che non si rassegna è ancora recuperabile", affermava. "Non volevo una educatrice, ma una donna vera, di carne, di sangue, di passione, un po' folle e divertente come sei tu. Hanno passato tutto il tempo a cercare di svitarmi la testa e di sostituirmela, ma non ci sono mai riusciti, mi sono fatto quasi ammazzare ma non gliel'ho data vinta, ora desidero solo un po' di pace fra le tue braccia". Si discuteva molto. Gli facevo notare che le rapine sono un azzardo eccessivo, che il gioco non vale la candela, piuttosto brucia i soldi, vivi gratis, oppure studiamo modi per guadagnare facendo qualcosa di creativo e di divertente. D'accordo, le banche fanno schifo, ma se rapini una banca quei soldi li devi per forza rimettere in circolo, e poi, cazzo, non ci pensi alle persone che ti hanno sostenuto?... Forse voleva riprendersi quell'ultimo maltolto, ma non si può sanare una ferita di quarant'anni con un fisico minato, con una gamba zoppicante... senza rischiare la pelle! Lo Stato dei ladroni che ci deruba ogni giorno l'esistenza non perdona i ladruncoli che raccolgono le briciole, non ha mai perdonato i ribelli che hanno tentato di ribaltare il tavolo, così lo rinchiusero dentro per l'ennesima volta e proprio sotto le  feste di Natale. Lì per lì ero veramente incazzata, l'avrei preso a schiaffi, ma quando mi telefonò il direttore del carcere per dirmi che era morto la sera di Natale, mi crollò il mondo addosso. Gli dicevo: "Scriverò un romanzo su di te, e lo chiamerò il bandito dai capezzoli rosa, te lo giuro è una cosa solenne, non so se troverò un editore che me lo pubblica, ma su questo titolo vai tranquillo, fa parte di una trilogia assurda che comprende anche cose molto peggiori", ricordo che ne rise tanto, tantissimo, fino a farsi venire il singhiozzo, voglio che rimanga solo questa sua risata bellissima, esplosiva, caustica, psichedelica, che rompeva i muri e arrivava fino alle nuvole, voglio ricordarlo con questa luce negli occhi, che vivrà per sempre, perché un uomo così non può morire, non morirà mai.



sabato 14 luglio 2012

Lo spirito dell'allodola

Mio nonno una volta mi disse che imprigionare un'allodola è un delitto fra i più crudeli, perché è uno dei simboli più alti della libertà e felicità. Parlava spesso dello spirito dell'allodola, quando raccontava la storia di un uomo che ne aveva rinchiusa una in una piccola gabbia.
L'allodola, soffrendo per la perdita della sua libertà, non cantava più, non aveva più nulla di cui essere felice. L'uomo che aveva commesso questa atrocità, come la chiamava mio nonno, voleva che l'allodola facesse quello che lui desiderava. Voleva che cantasse, che cantasse con tutto il cuore, che esaudisse i suoi desideri, che cambiasse il suo modo di essere per adattarsi ai suoi piaceri.
L'allodola si rifiutò e l'uomo si arrabbiò e divenne violento. Egli cominciò a fare pressioni sull'allodola perché cantasse, ma non raggiunse alcun risultato. Allora fece di più. Coprì la gabbietta con uno straccio nero e le tolse la luce del sole. La fece soffrire di fame e la lasciò marcire in una sudicia gabbia, ma lei ancora rifiutò di sottomettersi.
L'uomo l'ammazzò.
L'allodola, come giustamente diceva mio nonno, aveva uno spirito: lo spirito della libertà e della resistenza.
Voleva essere libera, e morì prima di sottomettersi al tiranno che aveva tentato di cambiarla con la tortura e la prigionia.
Sento di avere qualcosa in comune con quell'allodola e con la sua tortura, la prigionia e alla fine l'assassinio. Lei aveva uno spirito che non si trova comunemente, nemmeno in mezzo a noi umani, cosiddetti esseri superiori.
Prendi un prigioniero comune, il suo scopo principale è di rendere il suo periodo di prigionia il più facile e comodo possibile. Alcuni arrivano ad umiliarsi, strisciare, vendere altri prigionieri, per proteggere se stessi e affrettare la propria scarcerazione. Si conformano ai desideri dei loro carcerieri e, a differenza dell'allodola, cantano quando gli dicono di cantare e saltano quando gli dicono di muoversi.
Sebbene il prigioniero comune abbia perso la libertà, non è preparato ad arrivare alle estreme conseguenze per riconquistarla, né per proteggere la propria umanità. Costui si organizza in vista di un rilascio a breve scadenza. Ma, se incarcerato per un periodo abbastanza lungo, diventa istituzionalizzato, diventa una specie di macchina, incapace di pensare, controllato e dominato dai suoi carcerieri.
Nella storia di mio nonno era questo il destino dell'allodola, ma lei non aveva bisogno di cambiare, né voleva farlo, e morì per questo.